Tacciai di burattini gli uomini

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In “Tacciai di burattini gli uomini” la Storia viene raccontata da persone che sono esistite nei primi decenni del novecento, sicuramente i più controversi e drammatici della nostra Italia. I personaggi la raccontano questa  Grande Storia attraverso degli scambi di lettere: missive autentiche di persone che hanno veramente vissuto gli eventi sulla propria pelle. Dalle loro parole ne emerge un tempo difficilissimo, capace di farci meditare su ciò che gli italiani si sono trovati a vivere ed a scegliere in quei drammatici momenti e soprattutto capace di donarci la consapevolezza di ciò che dovremmo riuscire a non far accadere mai più. Gli scritti iniziano nel 1916, ovvero nel bel mezzo della prima guerra mondiale. A scambiarsi i propri racconti in questo primo periodo del libro non sono né soldati al fronte né politici famosi  bensì  due adolescenti, due ragazze obbligate a vivere loro malgrado in un periodo davvero oscuro. Pur non essendo costrette ad imbracciare le baionette in trincea, si trovano immerse queste ragazze in un mondo fatto di lutti, epidemie, scarsità di cibo, tessere per il pane. Un’ Italia povera ed affamata dove i guadagni della nazione vengono incanalati solo ed esclusivamente sull’esercito e sulle armi. Nel nostro paese l’ignoranza regnava allora sovrana ed il governo, grazie ai mass media del tempo, ovvero cinematografo, teatro e giornali, aveva vita facile nel far credere alla gente la necessità del conflitto e delle quotidiane carneficine al fronte. La fame e la povertà, protrattesi per lungo tempo nel dopoguerra, portarono all’ascesa di Mussolini e del fascismo. E su questo tumultuoso periodo storico e politico d’Italia nelle lettere si può leggere quale fosse il pensiero di molte persone, quali fossero davvero le idee di quegli italiani del tempo che in gran numero aderirono al fascio nella speranza di riscattarsi dalla miseria e dalle lotte civili che divampavano ovunque terribilmente nella penisola. Scorrendo le pagine si arriva inevitabilmente alla Seconda Guerra Mondiale, vissuta con il continuo terrore per gli allarmi, con le lettere sverginate e spiate dalla censura e con l’ancora più evidente apologia della guerra. Un periodo folle e disumano a cui i cittadini della nostra nazione assistevano inermi ed impauriti. Le lettere non delineano però solo la storia d’Italia ma anche una storia privata. Se nella prima parte del libro le vicende si svolgono per gran parte  nelle Marche ed a Firenze, nella seconda parte i legami familiari dei protagonisti ci portano anche in Sardegna e più precisamente nella parte più arcaica e difficile della regione: il nuorese. La Sardegna degli anni Venti e Trenta non era certo l’isola che conosciamo oggi. Si trovava in uno stato pauroso di arretratezza economica e nel nuorese in particolare imperversavano ancora il banditismo e le disamistades, ovvero le faide familiari che si nutrivano solo di odi e vendette. Gli stessi odi e le stesse vendette che l’uomo riversa sull’uomo sia nel piccolo che nel grande, sia nella sfera privata che in quella nazionale o planetaria. La guerra nasce sempre, piccola o grande che sia, da questi sentimenti malati, dall’incapacità di considerare l’altro un fratello o ancor meglio una parte di se stessi. E’ da questa incapacità di raggiungere l’amore che nasce l’odio per il diverso, la rivalità tra cittadini di stati differenti, tra connazionali nati lontani, addirittura tra uomo e donna, in un tempo quello dei primi del novecento dove chi apparteneva al gentil sesso era considerato un essere inferiore rispetto alla presunta superiorità maschile. E così anche nella nostra storia, alla tragedia nazionale si aggiunge la tragedia privata. Tragedia che non si trasformerà in una disamistade, in una faida protratta nel tempo, solo grazie a chi non è voluto scendere a patti con la vendetta, con il rancore od il risentimento. Si capisce allora come i valori umani fatti di fratellanza, affinità  e rispetto siano l’arma più temuta da chi vuole tenerci ancora appigliati all’intolleranza ed al dolore, un’arma efficacissima che ognuno di noi può scagliare contro qualsiasi violenza perché capace di sedare ogni contrasto, ogni guerra. E’ solo infatti nell’accettazione reciproca, nel dialogo e nell’amore che risiede la grandezza e soprattutto la forza dell’umanità. Spetta ad ognuno di noi  la responsabilità di sceglierli.

Michela Murgia / intervista

Milano, 26-11-2009 MURGIA Michela, writer © BASSO CANNARSA

(Articolo del febbraio 2016)

Se ci si trova in Sardegna nei pressi di Cabras e si cammina per le strade di San Giovanni Sinis, tra le sue case essenziali e solitarie, davanti alla meraviglia della chiesa di arenaria spolverata dal tempo, nella sabbia tra le capanne di falasco ed il mare azzurro, se passeggiando si riesce a penetrare l’anima del posto si può scorgere il mondo della scrittrice Michela Murgia. Quei luoghi che le hanno donato i natali le somigliano e lei li porta ovunque, nei suoi scritti, nei suoi lineamenti inconfondibilmente sardi, nei suoi modi di fare cortesi e profondi insieme, persino nel suo modo di vestire sobrio e misurato c’è il riserbo di quella terra. La sua non comune intelligenza brilla di sfaccettature luminose come i quarzi delle sue spiagge. La Sardegna viaggia inesorabilmente con lei. Dopo aver letto “Accabadora”, capolavoro assoluto con cui si è meritatamente aggiudicata il Campiello nel 2010, non ho mai smesso di seguirla fino ad incontrarla per la presentazione del suo nuovo romanzo “Chirù” a Morciano di Romagna. La presentazione avviene nel giorno degli innamorati del 2016 e Michela esordisce con un “Esiste l’amore? L’amore no, non esiste, esistono quelli che amano” e con queste parole inizia a presentare la nuova opera letteraria: una storia davvero atipica nel mondo della narrazione poiché tema portante è il desiderio di sapere e di donare sapienza, descritto come un qualcosa di ben più potente ed urgente dell’amore. Un assillo dell’anima che all’amore si accompagna pur non essendo della stessa natura, capace di sovvertire anche i sistemi di potere intrinsechi al rapporto insegnante-allievo che lega i due protagonisti.

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Chirù è un aspirante violinista di diciotto anni. Eleonora ha vent’anni di più ed è un’attrice di teatro. Il ragazzo le chiede di insegnargli “…quello che hai fatto stasera, per esempio. Il silenzio che c’era mentre recitavi, come tenevi tutti attenti, la sensazione di forza, che fosse tutto speciale…” ed Eleonora accetta di trasformarsi per lui nella conoscenza che si disvela in tutte le mille sfaccettature di cui è capace. Lì nella sala Michela racconta tutto questo, si ferma per leggere una pagina del libro e poi parla ancora con un ritmo così misurato e preciso da incantare la platea, da commuoverla e farla sorridere come una affabulatrice d’altri tempi, capace non solo di scriverle le storie ma anche di raccontarle facendoci comprendere che in Eleonora e nel suo teatro narrante c’è anche un po’ di Michela. Ed infatti rivela di non essere solo scrittrice ma di insegnare narrazione orale ispirandosi a ciò che si faceva un tempo in ogni contrada italiana quando si raccontavano favole intorno al fuoco per ingannare la solitudine e scacciare la noia delle lunghe serate senza televisione.

La avvicino subito dopo la conferenza e, seduta accanto a lei, vedo sfilare lettori entusiasti e desiderosi di autografi, di parole, di consigli che puntualmente arrivano dalla scrittrice carichi di cortesia ed ammirazione condivisa. Un’empatia assoluta tra lettore ed autore che riempie la stanza e che solo raramente mi è capitato di vedere. Resto in attesa che questo magico rito si compia sino alla sua fine gustando il calore del momento. Inizio l’intervista con dei complimenti perché Michela Murgia li merita tutti, è per me un fiore solitario nel deserto attuale della letteratura italiana dove i grandi autori si faticano a trovare sommersi, nascosti e sviliti da una moltitudine assai pubblicizzata di banalità commerciali.

Sei davvero molto cordiale con il pubblico, li ascolti, li consigli, ti amano…

Purtroppo non è sempre così. Qui il pubblico è molto affettuoso ma ci sono posti dove non è così amichevole nei miei confronti. E non è una questione regionale, a volte la differenza si avverte da paese a paese.

Non sorprende, Michela Murgia sa infatti essere scomoda con la sua schiettezza ed onestà intellettuale: è di sinistra ma non teme di criticarne l’attuale operato, sa dire di no alla televisione di Bianca Berlinguer rifiutandosi di parlare dopo immagini di guerre e violenze, Michela non scende a compromessi ed ha grinta e coraggio da vendere e forse questo atteggiamento non sempre sa essere apprezzato.

Nei tuoi libri fino ad ora la Sardegna è lo sfondo onnipresente, è una scelta?

Noo, io non lavoro certo per la pro loco! Il fatto è che la Sardegna è dentro di me, è parte di me. Lo faccio per questo. Comunque il mio prossimo libro sarà ambientato in Val d’Aosta. In Sardegna forse qualcuno se la prenderà ma non sarà sempre l’ambientazione che sceglierò per i miei romanzi anche se fa parte di me.

Quali sono le difficoltà per i giovani autori e che cosa consiglieresti a chi volesse cimentarsi nell’arte dello scrivere?

Allora, il mercato letterario è un mercato molto piccolo. Tu pensa che ogni italiano legge meno di sei libri all’anno ed il 47% di italiani è analfabeta funzionale ovvero queste persone sanno leggere ma non hanno la piena comprensione del testo. Per esempio la pagina del libro “Chirù” che ho appena letto il 47% dei presenti in questa sala non l’ha compresa. Ci sono italiani che fanno fatica a mettere insieme frasi in cui siano presenti delle proposizioni subordinate. Sono dati statistici. E’ l’Istat a dirlo. Il mercato quindi è per forza di cose molto piccolo. Le case editrici poi prediligono libri che funzionano, per esempio adesso tu puoi vedere che trovi spesso in vetrina dei gialli, questo perché sono libri che seguono una schema precostituito e gli editori sanno già che questo schema funzionerà. Tu non guardare me. Io sono stata un’eccezione.

E cosa consigli di fare allora?

In questa situazione consiglio di scrivere delle belle storie per un pubblico ristretto e pubblicarle con piccole case editrici. Scriverle appositamente per un piccolo e selezionato pubblico che sai che ti leggerà. Questa è una strada che dico di intraprendere come inizio.

Un’ultima domanda: qual’è la tua opinione su come viene gestito il settore cultura da questa sinistra al governo?

Diciamo che in un certo senso sarebbe meglio la destra perché almeno non interferisce, alla destra della cultura non interessa in alcun modo, se ne disinteressa completamente. Comunque la domanda giusta che avresti dovuto pormi è un’altra, avresti dovuto chiedermi “Esiste ancora una sinistra?”. io non vedo più né destra né sinistra, vedo solo un qualcosa di unico ed estensibile, come un elastico-

Il coraggio intellettuale di Mauro Biglino/ Intervista

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(articolo del maggio 2016)

La bussola che ha sempre orientato le mie preferenze in ambito culturale od artistico è stata quella dell’onestà intellettuale, del coraggio mostrato dall’autore nel proporre le proprie idee e la propria personale ricerca della verità a discapito dell’accettazione da parte delle masse. Questi eroici pionieri dell’esistenza regalano al mondo una prospettiva diversa da seguire ed è in quest’ottica che ho iniziato a leggere i testi di Mauro Biglino apprezzandone fortemente i contenuti di rottura rispetto al pensiero tradizionale occidentale da secoli guidato dalla tradizione religiosa ebraica e cristiana.

Mauro Biglino è uno studioso di Storia delle Religioni ed è stato per molti anni traduttore dall’ebraico antico del testo masoretico della Bibbia per le Edizioni San Paolo, collaborazione che si è conclusa non appena ha deciso di rivelare la verità sul reale contenuto del testo sacro venuto alla luce dalla sua analisi approfondita e dalle sue traduzioni. Il metodo usato è quello di attuare una traduzione letterale del testo tralasciando le interpretazioni allegoriche comunemente in uso. Quello che ne emerge è un Antico Testamento dove la presenza di Dio è praticamente inesistente e dove invece si narrano molto più prosaicamente le vicende del popolo di Israele e di un individuo di nome Yahweh che nulla ha di divino nel suo comportamento fatto perlopiù di azioni guerresche e crudele amministrazione del territorio. Il testo “sacro” si palesa quindi come un resoconto storico dettagliato di ciò che avvenne a quei tempi che nulla lascia all’immaginazione di chi legge per realismo e concretezza. L’eccezionale sta nel fatto che usando la traduzione letterale nel Vecchio Testamento risultano descritte tecnologie che allora non avrebbero dovuto esistere e che invece avvicinano tale scritto ad altri famosi testi ugualmente antichissimi come i Veda induisti o i testi sumeri nell’interpretazione data dallo studioso Zecharia Sitchin. Così come in questi testi anche nella Bibbia vengono descritti veicoli in grado di sollevarsi da terra e volare molto simili a quelle che potrebbero essere delle moderne astronavi, così come si parla anche di manipolazioni genetiche in grado di creare quello che viene definito “l’Adam”, ovvero l’uomo. 

La Genesi presa letteralmente appare completamente diversa da come fino ad ora ci è stata insegnata poiché parlerebbe in realtà di uomini venuti sulla Terra a colonizzarne i territori ed a costruirvi una nuova civiltà. Mauro Biglino ha avuto l’enorme coraggio di ribellarsi al silenzio imposto da sempre ai traduttori del testo sacro e di schierarsi apertamente contro le interpretazioni allegoriche della Chiesa Cattolica, Ortodossa ed Ebraica, interpretazioni già tra loro inconciliabili e pertanto non univoche ed assolute.

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Incontro Mauro Biglino al Convegno “Poteri forti: chi e perché ci nasconde la verità” organizzato a Resana dall’Associazione Realtà allo Specchio al quale ha partecipato tenendo la conferenza “La Bibbia: un potere forte da secoli”. Sinceramente non vedevo l’ora di conoscerlo e la persona non ha disatteso le mie aspettative: mi ha lasciato la sensazione di aver incontrato un uomo che crede fermamente in ciò che fa portandolo avanti con coraggio e consapevole onestà intellettuale.

Di recente Biglino è riuscito per la prima volta a confrontarsi con alti rappresentanti del pensiero religioso derivante dalla Bibbia: tra i maggiori esperti e studiosi di dottrine teologiche presenti in Italia di religione ebraica, protestante, ortodossa, valdese e cattolica hanno infatti dibattuto con lui a Milano sul delicato tema dei reali contenuti del testo sacro. Da questo incontro non sono emerse “lacrime e sangue” come ci si sarebbe potuto aspettare ma qualcosa di più importante e nuovo, quasi una sorta di ammissione sul fatto che la Bibbia non sia in realtà un testo sacro. Addirittura ci sono state affermazioni sulla falsa riga di questa abbastanza stupefacente detta da Don Segatti: “Bisogna dire in modo tagliente che bisogna togliere la certezza su Dio”. Mauro Biglino appare entusiasta del risultato…

Ciao Mauro, ho visto su you tube l’incontro fatto a Milano con i rappresentanti delle varie religioni che considerano la Bibbia il loro testo di riferimento. Cosa è cambiato secondo te dopo questo convegno?

E’ cambiato tutto! Sono venute fuori delle cose eccezionali. Per me è cambiato il fatto che hanno ammesso di sapere le cose che io dico. Ho voluto fare questo convegno con i “pezzi grossi” delle varie religioni rifiutando gli incontri che mi proponevano altri perché volevo confrontarmi con i “pastori”, con coloro che decidono in che pascoli andare per capire dove stanno portando le loro pecorelle. Ci ho messo quasi due anni ad organizzarlo e sono venute fuori cose che io non avrei neanche sperato. Quello che hanno ammesso tutti questi studiosi ed uomini di fede è che non c’è nessuna certezza sull’esistenza di Dio e che non esiste il peccato originale!

Alla luce di quanto emerso cambierà qualcosa?

E’ inevitabile. Loro sanno bene come stanno in realtà le cose e sanno di non poter più arrestare questo flusso di informazioni. Se sono intellettualmente onesti rivedranno alcune questioni.

E quindi cosa farà la Chiesa? Cosa secondo te modificherà?

L’Antico testamento lo abbandoneranno.

Come traduttore hai trovato le stesse false interpretazioni anche nel Nuovo Testamento?

Nel Nuovo Testamento non ci sono notevoli variazioni nella traduzione letterale rispetto a quella comunemente usata. Il problema del Nuovo Testamento è ciò che hanno inventato quando lo hanno scritto. Chi è Gesù Cristo? Se come si evince non è il Figlio di Dio, se non è venuto per togliere il peccato originale, allora chi è? Questo non  lo sappiamo.

Inizi i tuoi convegni sempre con “Facciamo finta che…”

Ci tengo a dire che questo “facciamo finta che…” lo dico per sottolineare il fatto che sulla Bibbia non si parla di “alieni”, ci sono dei veicoli volanti ma che siano alieni lo deduco dai testi di altri popoli vissuti anticamente che parlavano di esseri che “arrivavano dalle stelle”, come per esempio spiega bene Sitchin nei suoi libri.

E questi esseri delle stelle, questi “alieni” sono ancora tra noi?

Non mi stupirei. Se qualcuno mi indicasse persone laggiù e mi dicesse “guarda, sono quelli”, ecco io ci crederei.

Essendo che nella Bibbia questi uomini delle stelle sembrano rappresentare una forma di potere è plausibile che tale potere lo abbiano mantenuto sino ad oggi?

Esattamente.

Durante la conferenza Mauro Biglino spiega le differenze tra l’interpretazione letterale dell’ebraico da lui effettuata e le allegorie presenti nelle varie pubblicazioni del testo biblico e ne evidenzia gli errori e le falsità. Invita il pubblico a leggere la Bibbia perché “noi comunemente accettiamo interpretazioni di un testo che non conosciamo e pertanto qualsiasi interpretazione ci va bene“. Afferma che il suo lavoro (“ io faccio un lavoro stupido, dico semplicemente alle persone quello che c’è scritto”) non entra nel merito della spiritualità: “Io di Dio non so nulla, né se esiste né se non esiste. Nessuno sa nulla. E quelli che studiano, i pastori, lo dicono che non sanno nulla di Dio. Dio è una questione che riguarda la fede di ognuno. C’è qualcuno che mi dice che così facendo tolgo le speranze. No. No. Io semmai, se quello che sto facendo può avere un minimo di validità, do una probabilità in più a chi cerca Dio di trovare il Dio vero perché lo sgancio dall’idea che lo terrebbe legato tutta la vita ad un Dio che non esiste”. Eppure per il coraggio che manifesta nell’andare contro un potere forte qual’è la Chiesa  e per la pericolosa arditezza di condurre studi liberi da qualsiasi condizionamento, Mauro Biglino mostra a mio vedere quanto di più concretamente spirituale possa fare un uomo su questa terra.

Dove fiorisce il rosmarino

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(articolo del gennaio 2016)

Nell’ormai lontano 1999 se ne andava il mio artista preferito, Fabrizio De Andrè. Era un cantautore, un poeta ed un intellettuale come pochi per onestà, coerenza, lucidità. Di lui condivido ancora ogni piega dell’anima ed ogni moto di pensiero, apprezzo il suo modo anarchico di vedere il mondo allo stesso tempo spietato con i potenti e carico di umanità, mi entusiasma sempre la sua ricercata perfezione stilistica e lo accompagno idealmente ancor oggi nel suo desiderio di trasformare il pianeta in cui viviamo in qualcosa di migliore, comprendo infine come non mai in quest’epoca narcisistica e vuota la sua assoluta ricerca di normalità ed il suo amore per la vita semplice e vera.

Fabrizio rifuggiva completamente ed ostinatamente le glorie e l’apparire, voleva lasciare un esempio di eleganza e distacco dalle cose materiali mostrando al mondo quanto sia superficiale e dannosa la vanagloria e quanto siano profondi e sinceri i valori dell’amore per il prossimo e l’onestà. Era un uomo qualunque che faceva un mestiere forse speciale, così amava definirsi, e difendeva con forza il suo essere uomo da chi avrebbe invece desiderato costringerlo solo nel “personaggio De André”. Appaiono pertanto note stonate tutte le riverenze a lui mostrate in questi anni, tutti i cofanetti di dischi venduti a solo scopo di business, le  pubblicazioni incensenti, tutti gli spettacoli in memoria e persino le dediche sanremesi, palcoscenico che lui aveva sempre costantemente rifuggito, come stonatissime appaiono le note di chi lo vorrebbe tirare politicamente a destra e a manca mentre lui in vita non aveva mai fatto mistero di essersi schierato a favore del movimento libertario, idea questa non solo pubblicamente dichiarata ma che traspare apertamente in ogni sua opera. Fabrizio diceva di usare la canzone e la musica al solo scopo di far passare il proprio messaggio  e si capiva benissimo che era questo ciò a cui  teneva di più, erano le idee e non la musica a reggere il suo impegno, lo si vede dalla meticolosità con cui componeva i testi, ogni parola veniva da lui scelta accuratamente per far risaltare il significato complessivo. In tutti questi anni dopo la sua morte, in tutto questo gran parlare di lui e della sua presunta grandezza, quasi una santificazione, mai un accenno serio e completo al suo pensiero,  pochi omaggi al suo poetico grido di libertà per l’uomo, libertà dal potere, dal consumismo, dall’omologazione, dalla prigione senza sbarre in cui chi comanda chiude le menti di chi lo ascolta, nessun ricordo delle sue lotte con i discografici per poter cantare coerentemente ciò che voleva esprimere senza ingerenze, come se ci si sforzasse solamente a divinizzarlo per sempre cercando a suon di note e caroselli di cancellare quel messaggio, quelle idee così scomode e controcorrente rispetto al pensiero a cui il sistema ci vorrebbe costringere. Sono riusciti a costruire  proprio quel “personaggio De Andrè” che Fabrizio non avrebbe mai voluto.

Genovese di nascita, viveva per scelta in Sardegna, non certamente in una lussuosa villa della costa smeralda bensì in una casa nel bosco che faticai a trovare a causa dell’allora lunga e disagiata strada sterrata che conduceva all’ingresso. Non vi erano lussi, nessuno sfarzo, non c’erano guardie del corpo né paparazzi solo animali da fattoria ed una marea di gatti, un orto ed un uliveto perfettamente curati dal propietario. La macchina con cui si spostava era una vecchia Dyane azzurra.

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Negli ultimi anni della sua vita Fabrizio affiancò all’azienda agricola l’agriturismo nel tentativo di guadagnare quel tanto che gli potesse permettere di mantenere la fattoria senza dover ricorrere all’espediente di dover cantare in pubblico ed esibirsi dal vivo per pareggiare i conti, cosa molto lontana dalle sua personalità e che faticò sempre ad affrontare nonostante anche su questa sua idiosincrasia post mortem venga affermato il contrario, trasformando il poeta e l’ intellettuale in un cantante di musica leggera tout court, appassionato all’esibirsi ed entusiasta nel calcare palcoscenici di qualsiasi tipo. Probabilmente conoscendolo Fabrizio, se il tempo glielo avesse concesso, avrebbe voluto invecchiare nella sua amata campagna, vivendo finalmente del tutto lontano dai riflettori. Attualmente invece, eliminate tutte le bestie, gli orti ed i trattori, l’Agnata è stata trasformata in un costoso hotel e ristorante che nulla ha a che vedere con lo spirito con cui lui visse quella terra.bicio-3

Mi piace ricordarlo così, solo nella sua intimità domestica, nella sua vita schiva e lontana dal clamore della fama, uomo solitario ma capace di meditare come pochi sui difetti e le grandezze dell’uomo. “Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura…” così cantava Fabrizio della sua casa sarda circondata da querce da sughero fiabesche. “Sopra ogni cisto da qui al mare c’è un po’ dei miei capelli, sopra ogni sughera il disegno di tutti i miei coltelli…” e lo immagino così, girare ancora per il suo podere armato di fucile e coltello facendosi ispirare da quelle rocce magiche scolpite in mille volti dal vento, dai fruscii del mirto e dell’olivo, dai colori solari dell’asfodelo. A lui piaceva la solitudine, il ritiro quasi mistico nel silenzio. Ha sempre dichiarato di non volersi legare a nessun gruppo, a nessuna ideologia, nessuna fede poiché più importante di ogni cosa è l’assoluta autonomia di pensiero. Un’anarchia dell’anima difesa, con il ritiro silenzioso, da ogni offesa.

Un sogno che si chiama libertà/intervista impossibile ad Oriana Fallaci

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INTERVISTA IMPOSSIBILE AD ORIANA FALLACI 

(articolo del novembre 2015)

Un viso indimenticabile. Bellissimo, intelligente scomodo. Un’anima coraggiosa e sensibile. Uno sguardo profondo ed attento. La immagino così Oriana Fallaci mentre risponde alle domande di questa intervista purtroppo impossibile. Le risposte le ho estrapolate  dal discorso tenuto all’Annie Taylor Awards del 2005, dal libro “Intervista con la storia”, da “Il mio cuore è più stanco della mia voce” e da “L’Apocalisse”, fingendo che lei fosse accanto a me e non immobile per sempre tra le pagine dei suoi scritti.

Oriana in questo periodo non si fa che parlare di te e delle tue “profezie” sull’Islam che al contrario ti avevano fatto attirare molte critiche negli anni passati. Oggi inoltre in molti ti osannano sui social network molto più di quando eri in vita. Come hai vissuto e vivi tutto questo?

Ho cominciato molto tardi a capire quello che contavo, che rappresentavo per tante persone. Ebbene…questo mi commuove, a volte, ma allo stesso tempo mi disturba. Sono una persona molto seria, molto disciplinata e molto dura, questa autodisciplina mi ha reso dura, insieme alle sofferenze e ai dolori troppo grossi. E’ che io dico quello che penso. Sempre. E pertanto confesso che negli anni passati le mie vere medaglie sono stati gli insulti, le denigrazioni, gli abusi. I miei trofei i processi che in Europa ho subito per reato d’opinione. Un reato travestito coi termini di razzismo religioso, xenofobia, istigazione all’odio eccetera. In verità io odio i kamikaze e le bestie che ci tagliano la testa e ci fanno saltare in aria e martirizzano le loro donne. Odio i collaborazionisti, i traditori che ci vendono al nemico. Li odio come odiavo Mussolini e Hitler e Stalin and company. Li odio come ho sempre odiato ogni assalto alla libertà. E pazienza se ora si sopravvalutano troppo le mie virtù. Io sono soltanto una persona che ha il coraggio di dire quello che pensa, di fare quello che crede debba essere fatto, di vivere come vuole vivere: senza paura. O meglio, tentando di non cedere alla paura.

Per l’argomento Islam e per la posizione presa ti associarono alla destra…

Su questo non posso essere associata né con la destra né con la sinistra. E sono profondamente irritata con entrambe. Qualunque sia la loro locazione e nazionalità. Crediamo di vivere in vere democrazie, democrazie sincere e vivaci nonché governate dalla libertà di pensiero e di opinione. Invece viviamo in democrazie deboli e pigre quindi dominate dal dispotismo e dalla paura. Paura di pensare e, pensando, di raggiungere conclusioni che non corrispondono a quelle dei lacchè del potere. Il segreto della felicità è la libertà. E il segreto della libertà è il coraggio. Così diceva Pericle, uno che di queste cose se ne intendeva. Non voglio che mi siano attribuite responsabilità che non ho. E soprattutto, soprattutto, non voglio essere fraintesa. Cosa che invece avviene, continuamente. Il mio culto della libertà è stato ed è frainteso. Il mio “anarchismo” è stato frainteso, visto che con Anarchia intendo qualcosa di sacro, di superiore, un utopistico stato in cui il cittadino si governa da sé senza offendere gli altri, senza uccidere, senza rubare. La mia indipendenza è stata fraintesa, visto che non s’è capito come e perché io la esercito in modo non fazioso e cioè denunciando il luridume della destra e della sinistra. E rifiuto il divismo che che a poco a poco s’è andato creando intorno a me. Tanto più che sono una persona molto schiva, molto ritrosa, ossessionata dalla privacy. E non credo ai miti, meno che tutti al mio.

Oriana mi faresti un’analisi sul terrorismo islamico, se mai è possibile farla?

Cari amici: è l’immigrazione più che il terrorismo il cavallo di Troia che ha penetrato l’occidente. E’ l’arma su cui contano per conquistarci annientarci distruggerci. Io vorrei un mondo dove tutti amano tutti e dove nessuno è nemico di nessuno. Ma il nemico c’è. Lo abbiamo in casa nostra e non ha nessuna intenzione di dialogare.

Hai avuto il coraggio di intervistare tanti uomini potenti durante la tua carriera, allora cos’è per te il potere?

Non lo capisco, il meccanismo per cui un uomo o una donna si sentono investiti del diritto di comandare sugli altri e punirli se non ubbidiscono. Il potere io lo vedo come un fenomeno disumano ed odioso. Non si sa mai dove incomincia e finisce il potere di un capo, l’unica cosa sicura è che non puoi controllarlo e che fucila la tua libertà. Ma il lato più tragico della condizione umana a me sembra proprio l’aver bisogno di un’autorità che governi, di un capo. E’ la dimostrazione più amara che la libertà in assoluto non esiste. Anche se bisogna comportarsi come se esistesse e cercarla. Costi il prezzo che costi.

E cosa distingue i potenti dal resto dell’umanità?

Chi determina il nostro destino non è davvero migliore di noi, non è né più intelligente né più forte né più illuminato di noi. Io solo in rarissimi casi ebbi la certezza di trovarmi dinanzi a creature nate per guidarci o per farci prendere una strada invece di un’altra. Ma quei casi riguardavano uomini che non stavano affatto al potere, anzi lo avevano combattuto e lo combattevano a rischio della propria vita. Gli altri mi dispiaceva fossero assisi sulla punta della piramide. Non potevo giudicarli innocenti. Tanto meno compagni di strada.

Ci lasci una pennellata veloce di alcuni di questi potenti del ventesimo secolo, così come ti sembrarono intervistandoli?

Kissinger era un’anguilla più ghiaccia del ghiaccio, Dio che uomo di ghiaccio! William Kolby era la piovra invisibile che tutto domina e strozza, un prete dell’inquisizione. Willy Brandt era un contadino del fiordo, duro, ferrigno, massiccio. Andreotti aveva intelligenza, perbacco se ne aveva! Era il vero potere che non ha bisogno di tracotanza, il vero potere che strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza. Indira Ghandi era troppe cose insieme, v’era in lei molto dell’occidentale, esplodeva in idee moderne. A Golda Meir invece non puoi negare l’aggettivo fantastica, le volli subito bene. Arafat era il volto di un divo, resta quello che mi impressionò meno di tutti. O dovrei dire quello che mi piacque meno di tutti?

E invece quello che ti piacque più di tutti?

Alekos Panagulis. Alekos per gli amici e la polizia. Capivi subito che era uno di quegli uomini per cui anche morire diventa una maniera di vivere, tanto spendono bene la vita. Né le sevizie più atroci, né la condanna a morte, né le notti trascorse in attesa della fucilazione, né il carcere più disumano l’avevano piegato. Forse la politica rappresentava solo un momento della sua vita, solo una parte del suo talento. Se non lo avessero ammazzato presto un giorno avremmo sentito parlare di lui per chissà quali altre cose. Alekos divenne il compagno della mia vita ed un grande amore ci unì fino al giorno della sua morte. L’uomo che amai, che mi amò, che amo. Diceva che la politica è un dovere del cittadino. Un dovere prima d’essere un diritto.

E cos’è per te invece la politica?

Malgrado gli impostori, gli opportunisti, i bugiardi che usano la politica per i loro interessi personali, le loro cupide ambizioni, le loro false promesse; malgrado i tiranni che usano la politica per la loro sete di potere, i loro abusi, i loro crimini; malgrado gli assassini che usano la politica per i loro massacri, io non riesco a guardare la politica nel modo di chi pronuncia la parola politica come se fosse una parolaccia. Al contrario sono convinta che la politica sia o possa essere una delle attività più nobili che un essere umano possa intraprendere. O dovrei dire il recipiente di ogni altra attività, la cornice al di là della quale la vita di un paese e di un cittadino diventa impossibile. Si, ho un alto concetto della politica. La politica, come diceva Alekos, è un dovere del cittadino. Se uno non avverte quel dovere, vi dico, non è un cittadino. Non è nemmeno un uomo, non è nemmeno una donna, ma un vegetale che vegeta nell’attesa di morire, d’essere mangiato come un’insalata o un soufflé di spinaci dagli impostori, dai tiranni, dagli assassini. In altre parole chi non avverte quel dovere è un idiota senza coscienza, un masochista che non si cura neanche della sua sopravvivenza. Dico inoltre che le cattive leggi devono essere disubbidite.

Cos’è per te il giornalismo e qual’è il ruolo del giornalista al giorno d’oggi?

Parlo del giornalismo come lo vedo io. Come lo faccio io. Cioè il giornalismo in cui credo, il giornalismo per cui soffro, il giornalismo per cui mi caccio nei guai, ovunque io vada, da sempre. Da quando ho scelto questo lavoro pago sempre un prezzo elevato, fatto di angoscia, rabbia, solitudine e perfino minacce, insulti, odio. Ho sperimentato l’odio che i giornalisti suscitano quando si comportano come dovrebbero. Inutile dire che, lungi dallo spaventarmi, queste cose mi rendono orgogliosa. Un giornalista senza nemici, che non dà fastidio, che non vive in mezzo ai guai (dal guaio minore d’aver il telefono sotto controllo come io ho avuto sempre, al guaio peggiore d’essere “condannato a morte”), molto raramente è un buon giornalista. Un buon giornalista non dovrebbe mai essere una persona accomodante. Ancora meno, una persona innocua. Se tutto fila liscio per lui o per lei, significa che compiace il potere. Il nostro compito non è compiacere il potere. Il nostro compito è informare e risvegliare la consapevolezza politica delle persone. Quella consapevolezza che il potere ha sempre cercato di mettere a dormire. L’atto di denunciare, spiegare, protestare è sempre un atto di cultura e di politica. Il processo di formazione culturale è sempre un processo di formazione politica, e viceversa. E dove avviene questo doppio processo, a livello popolare, se non nel giornalismo? Il giornalismo è il palcoscenico naturale, il veicolo più ovvio, per raggiungere le masse ed educarle. Ho detto giornalismo, non ho detto la scuola. Il fatto è che in Europa dobbiamo ringraziare il giornalismo, e non la scuola, se la cultura non è più un privilegio aristocratico. Dobbiamo ringraziare il giornalismo, e non la scuola, se la politica non è più l’attività privata di una casta bensì una partecipazione di massa. I giovani hanno capito quanto poco apprendevano dal sistema educativo e quanto poco ci si riferisse al passato, oltretutto un passato interpretato secondo i vecchi concetti e gli interessi egoistici del potere. Il giornalismo quindi deve esistere non per soddisfare banali curiosità, non per alimentare il pettegolezzo o per divertire: deve esistere per aiutare le persone a trovare o mantenere la propria dignità, per combattere la propria ignoranza, per difendere se stessi.

Grazie Oriana. Per finire cosa vuoi augurare alle generazioni degli anni duemila?

Ciò che Alekos cercò sempre invano, ciò che ogni creatura degna di essere nata dovrebbe cercare. E’ un sogno che si chiama libertà. Che si chiama giustizia. E piangendo bestemmiando soffrendo noi possiamo rincorrerlo dicendo a noi stessi che quando una cosa non esiste la si inventa. Non è forse il destino degli uomini quello di inventare ciò che non esiste e battersi per un sogno? C’è una frase che gli studenti di Parigi scrissero sui muri della Sorbona durante la rivolta del sessantotto. E mi piace molto. Dice: “Siate realistici. Chiedete l’impossibile”.

oriana3