Un sogno che si chiama libertà/intervista impossibile ad Oriana Fallaci

oria

INTERVISTA IMPOSSIBILE AD ORIANA FALLACI 

(articolo del novembre 2015)

Un viso indimenticabile. Bellissimo, intelligente scomodo. Un’anima coraggiosa e sensibile. Uno sguardo profondo ed attento. La immagino così Oriana Fallaci mentre risponde alle domande di questa intervista purtroppo impossibile. Le risposte le ho estrapolate  dal discorso tenuto all’Annie Taylor Awards del 2005, dal libro “Intervista con la storia”, da “Il mio cuore è più stanco della mia voce” e da “L’Apocalisse”, fingendo che lei fosse accanto a me e non immobile per sempre tra le pagine dei suoi scritti.

Oriana in questo periodo non si fa che parlare di te e delle tue “profezie” sull’Islam che al contrario ti avevano fatto attirare molte critiche negli anni passati. Oggi inoltre in molti ti osannano sui social network molto più di quando eri in vita. Come hai vissuto e vivi tutto questo?

Ho cominciato molto tardi a capire quello che contavo, che rappresentavo per tante persone. Ebbene…questo mi commuove, a volte, ma allo stesso tempo mi disturba. Sono una persona molto seria, molto disciplinata e molto dura, questa autodisciplina mi ha reso dura, insieme alle sofferenze e ai dolori troppo grossi. E’ che io dico quello che penso. Sempre. E pertanto confesso che negli anni passati le mie vere medaglie sono stati gli insulti, le denigrazioni, gli abusi. I miei trofei i processi che in Europa ho subito per reato d’opinione. Un reato travestito coi termini di razzismo religioso, xenofobia, istigazione all’odio eccetera. In verità io odio i kamikaze e le bestie che ci tagliano la testa e ci fanno saltare in aria e martirizzano le loro donne. Odio i collaborazionisti, i traditori che ci vendono al nemico. Li odio come odiavo Mussolini e Hitler e Stalin and company. Li odio come ho sempre odiato ogni assalto alla libertà. E pazienza se ora si sopravvalutano troppo le mie virtù. Io sono soltanto una persona che ha il coraggio di dire quello che pensa, di fare quello che crede debba essere fatto, di vivere come vuole vivere: senza paura. O meglio, tentando di non cedere alla paura.

Per l’argomento Islam e per la posizione presa ti associarono alla destra…

Su questo non posso essere associata né con la destra né con la sinistra. E sono profondamente irritata con entrambe. Qualunque sia la loro locazione e nazionalità. Crediamo di vivere in vere democrazie, democrazie sincere e vivaci nonché governate dalla libertà di pensiero e di opinione. Invece viviamo in democrazie deboli e pigre quindi dominate dal dispotismo e dalla paura. Paura di pensare e, pensando, di raggiungere conclusioni che non corrispondono a quelle dei lacchè del potere. Il segreto della felicità è la libertà. E il segreto della libertà è il coraggio. Così diceva Pericle, uno che di queste cose se ne intendeva. Non voglio che mi siano attribuite responsabilità che non ho. E soprattutto, soprattutto, non voglio essere fraintesa. Cosa che invece avviene, continuamente. Il mio culto della libertà è stato ed è frainteso. Il mio “anarchismo” è stato frainteso, visto che con Anarchia intendo qualcosa di sacro, di superiore, un utopistico stato in cui il cittadino si governa da sé senza offendere gli altri, senza uccidere, senza rubare. La mia indipendenza è stata fraintesa, visto che non s’è capito come e perché io la esercito in modo non fazioso e cioè denunciando il luridume della destra e della sinistra. E rifiuto il divismo che che a poco a poco s’è andato creando intorno a me. Tanto più che sono una persona molto schiva, molto ritrosa, ossessionata dalla privacy. E non credo ai miti, meno che tutti al mio.

Oriana mi faresti un’analisi sul terrorismo islamico, se mai è possibile farla?

Cari amici: è l’immigrazione più che il terrorismo il cavallo di Troia che ha penetrato l’occidente. E’ l’arma su cui contano per conquistarci annientarci distruggerci. Io vorrei un mondo dove tutti amano tutti e dove nessuno è nemico di nessuno. Ma il nemico c’è. Lo abbiamo in casa nostra e non ha nessuna intenzione di dialogare.

Hai avuto il coraggio di intervistare tanti uomini potenti durante la tua carriera, allora cos’è per te il potere?

Non lo capisco, il meccanismo per cui un uomo o una donna si sentono investiti del diritto di comandare sugli altri e punirli se non ubbidiscono. Il potere io lo vedo come un fenomeno disumano ed odioso. Non si sa mai dove incomincia e finisce il potere di un capo, l’unica cosa sicura è che non puoi controllarlo e che fucila la tua libertà. Ma il lato più tragico della condizione umana a me sembra proprio l’aver bisogno di un’autorità che governi, di un capo. E’ la dimostrazione più amara che la libertà in assoluto non esiste. Anche se bisogna comportarsi come se esistesse e cercarla. Costi il prezzo che costi.

E cosa distingue i potenti dal resto dell’umanità?

Chi determina il nostro destino non è davvero migliore di noi, non è né più intelligente né più forte né più illuminato di noi. Io solo in rarissimi casi ebbi la certezza di trovarmi dinanzi a creature nate per guidarci o per farci prendere una strada invece di un’altra. Ma quei casi riguardavano uomini che non stavano affatto al potere, anzi lo avevano combattuto e lo combattevano a rischio della propria vita. Gli altri mi dispiaceva fossero assisi sulla punta della piramide. Non potevo giudicarli innocenti. Tanto meno compagni di strada.

Ci lasci una pennellata veloce di alcuni di questi potenti del ventesimo secolo, così come ti sembrarono intervistandoli?

Kissinger era un’anguilla più ghiaccia del ghiaccio, Dio che uomo di ghiaccio! William Kolby era la piovra invisibile che tutto domina e strozza, un prete dell’inquisizione. Willy Brandt era un contadino del fiordo, duro, ferrigno, massiccio. Andreotti aveva intelligenza, perbacco se ne aveva! Era il vero potere che non ha bisogno di tracotanza, il vero potere che strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza. Indira Ghandi era troppe cose insieme, v’era in lei molto dell’occidentale, esplodeva in idee moderne. A Golda Meir invece non puoi negare l’aggettivo fantastica, le volli subito bene. Arafat era il volto di un divo, resta quello che mi impressionò meno di tutti. O dovrei dire quello che mi piacque meno di tutti?

E invece quello che ti piacque più di tutti?

Alekos Panagulis. Alekos per gli amici e la polizia. Capivi subito che era uno di quegli uomini per cui anche morire diventa una maniera di vivere, tanto spendono bene la vita. Né le sevizie più atroci, né la condanna a morte, né le notti trascorse in attesa della fucilazione, né il carcere più disumano l’avevano piegato. Forse la politica rappresentava solo un momento della sua vita, solo una parte del suo talento. Se non lo avessero ammazzato presto un giorno avremmo sentito parlare di lui per chissà quali altre cose. Alekos divenne il compagno della mia vita ed un grande amore ci unì fino al giorno della sua morte. L’uomo che amai, che mi amò, che amo. Diceva che la politica è un dovere del cittadino. Un dovere prima d’essere un diritto.

E cos’è per te invece la politica?

Malgrado gli impostori, gli opportunisti, i bugiardi che usano la politica per i loro interessi personali, le loro cupide ambizioni, le loro false promesse; malgrado i tiranni che usano la politica per la loro sete di potere, i loro abusi, i loro crimini; malgrado gli assassini che usano la politica per i loro massacri, io non riesco a guardare la politica nel modo di chi pronuncia la parola politica come se fosse una parolaccia. Al contrario sono convinta che la politica sia o possa essere una delle attività più nobili che un essere umano possa intraprendere. O dovrei dire il recipiente di ogni altra attività, la cornice al di là della quale la vita di un paese e di un cittadino diventa impossibile. Si, ho un alto concetto della politica. La politica, come diceva Alekos, è un dovere del cittadino. Se uno non avverte quel dovere, vi dico, non è un cittadino. Non è nemmeno un uomo, non è nemmeno una donna, ma un vegetale che vegeta nell’attesa di morire, d’essere mangiato come un’insalata o un soufflé di spinaci dagli impostori, dai tiranni, dagli assassini. In altre parole chi non avverte quel dovere è un idiota senza coscienza, un masochista che non si cura neanche della sua sopravvivenza. Dico inoltre che le cattive leggi devono essere disubbidite.

Cos’è per te il giornalismo e qual’è il ruolo del giornalista al giorno d’oggi?

Parlo del giornalismo come lo vedo io. Come lo faccio io. Cioè il giornalismo in cui credo, il giornalismo per cui soffro, il giornalismo per cui mi caccio nei guai, ovunque io vada, da sempre. Da quando ho scelto questo lavoro pago sempre un prezzo elevato, fatto di angoscia, rabbia, solitudine e perfino minacce, insulti, odio. Ho sperimentato l’odio che i giornalisti suscitano quando si comportano come dovrebbero. Inutile dire che, lungi dallo spaventarmi, queste cose mi rendono orgogliosa. Un giornalista senza nemici, che non dà fastidio, che non vive in mezzo ai guai (dal guaio minore d’aver il telefono sotto controllo come io ho avuto sempre, al guaio peggiore d’essere “condannato a morte”), molto raramente è un buon giornalista. Un buon giornalista non dovrebbe mai essere una persona accomodante. Ancora meno, una persona innocua. Se tutto fila liscio per lui o per lei, significa che compiace il potere. Il nostro compito non è compiacere il potere. Il nostro compito è informare e risvegliare la consapevolezza politica delle persone. Quella consapevolezza che il potere ha sempre cercato di mettere a dormire. L’atto di denunciare, spiegare, protestare è sempre un atto di cultura e di politica. Il processo di formazione culturale è sempre un processo di formazione politica, e viceversa. E dove avviene questo doppio processo, a livello popolare, se non nel giornalismo? Il giornalismo è il palcoscenico naturale, il veicolo più ovvio, per raggiungere le masse ed educarle. Ho detto giornalismo, non ho detto la scuola. Il fatto è che in Europa dobbiamo ringraziare il giornalismo, e non la scuola, se la cultura non è più un privilegio aristocratico. Dobbiamo ringraziare il giornalismo, e non la scuola, se la politica non è più l’attività privata di una casta bensì una partecipazione di massa. I giovani hanno capito quanto poco apprendevano dal sistema educativo e quanto poco ci si riferisse al passato, oltretutto un passato interpretato secondo i vecchi concetti e gli interessi egoistici del potere. Il giornalismo quindi deve esistere non per soddisfare banali curiosità, non per alimentare il pettegolezzo o per divertire: deve esistere per aiutare le persone a trovare o mantenere la propria dignità, per combattere la propria ignoranza, per difendere se stessi.

Grazie Oriana. Per finire cosa vuoi augurare alle generazioni degli anni duemila?

Ciò che Alekos cercò sempre invano, ciò che ogni creatura degna di essere nata dovrebbe cercare. E’ un sogno che si chiama libertà. Che si chiama giustizia. E piangendo bestemmiando soffrendo noi possiamo rincorrerlo dicendo a noi stessi che quando una cosa non esiste la si inventa. Non è forse il destino degli uomini quello di inventare ciò che non esiste e battersi per un sogno? C’è una frase che gli studenti di Parigi scrissero sui muri della Sorbona durante la rivolta del sessantotto. E mi piace molto. Dice: “Siate realistici. Chiedete l’impossibile”.

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