Dove fiorisce il rosmarino

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(articolo del gennaio 2016)

Nell’ormai lontano 1999 se ne andava il mio artista preferito, Fabrizio De Andrè. Era un cantautore, un poeta ed un intellettuale come pochi per onestà, coerenza, lucidità. Di lui condivido ancora ogni piega dell’anima ed ogni moto di pensiero, apprezzo il suo modo anarchico di vedere il mondo allo stesso tempo spietato con i potenti e carico di umanità, mi entusiasma sempre la sua ricercata perfezione stilistica e lo accompagno idealmente ancor oggi nel suo desiderio di trasformare il pianeta in cui viviamo in qualcosa di migliore, comprendo infine come non mai in quest’epoca narcisistica e vuota la sua assoluta ricerca di normalità ed il suo amore per la vita semplice e vera.

Fabrizio rifuggiva completamente ed ostinatamente le glorie e l’apparire, voleva lasciare un esempio di eleganza e distacco dalle cose materiali mostrando al mondo quanto sia superficiale e dannosa la vanagloria e quanto siano profondi e sinceri i valori dell’amore per il prossimo e l’onestà. Era un uomo qualunque che faceva un mestiere forse speciale, così amava definirsi, e difendeva con forza il suo essere uomo da chi avrebbe invece desiderato costringerlo solo nel “personaggio De André”. Appaiono pertanto note stonate tutte le riverenze a lui mostrate in questi anni, tutti i cofanetti di dischi venduti a solo scopo di business, le  pubblicazioni incensenti, tutti gli spettacoli in memoria e persino le dediche sanremesi, palcoscenico che lui aveva sempre costantemente rifuggito, come stonatissime appaiono le note di chi lo vorrebbe tirare politicamente a destra e a manca mentre lui in vita non aveva mai fatto mistero di essersi schierato a favore del movimento libertario, idea questa non solo pubblicamente dichiarata ma che traspare apertamente in ogni sua opera. Fabrizio diceva di usare la canzone e la musica al solo scopo di far passare il proprio messaggio  e si capiva benissimo che era questo ciò a cui  teneva di più, erano le idee e non la musica a reggere il suo impegno, lo si vede dalla meticolosità con cui componeva i testi, ogni parola veniva da lui scelta accuratamente per far risaltare il significato complessivo. In tutti questi anni dopo la sua morte, in tutto questo gran parlare di lui e della sua presunta grandezza, quasi una santificazione, mai un accenno serio e completo al suo pensiero,  pochi omaggi al suo poetico grido di libertà per l’uomo, libertà dal potere, dal consumismo, dall’omologazione, dalla prigione senza sbarre in cui chi comanda chiude le menti di chi lo ascolta, nessun ricordo delle sue lotte con i discografici per poter cantare coerentemente ciò che voleva esprimere senza ingerenze, come se ci si sforzasse solamente a divinizzarlo per sempre cercando a suon di note e caroselli di cancellare quel messaggio, quelle idee così scomode e controcorrente rispetto al pensiero a cui il sistema ci vorrebbe costringere. Sono riusciti a costruire  proprio quel “personaggio De Andrè” che Fabrizio non avrebbe mai voluto.

Genovese di nascita, viveva per scelta in Sardegna, non certamente in una lussuosa villa della costa smeralda bensì in una casa nel bosco che faticai a trovare a causa dell’allora lunga e disagiata strada sterrata che conduceva all’ingresso. Non vi erano lussi, nessuno sfarzo, non c’erano guardie del corpo né paparazzi solo animali da fattoria ed una marea di gatti, un orto ed un uliveto perfettamente curati dal propietario. La macchina con cui si spostava era una vecchia Dyane azzurra.

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Negli ultimi anni della sua vita Fabrizio affiancò all’azienda agricola l’agriturismo nel tentativo di guadagnare quel tanto che gli potesse permettere di mantenere la fattoria senza dover ricorrere all’espediente di dover cantare in pubblico ed esibirsi dal vivo per pareggiare i conti, cosa molto lontana dalle sua personalità e che faticò sempre ad affrontare nonostante anche su questa sua idiosincrasia post mortem venga affermato il contrario, trasformando il poeta e l’ intellettuale in un cantante di musica leggera tout court, appassionato all’esibirsi ed entusiasta nel calcare palcoscenici di qualsiasi tipo. Probabilmente conoscendolo Fabrizio, se il tempo glielo avesse concesso, avrebbe voluto invecchiare nella sua amata campagna, vivendo finalmente del tutto lontano dai riflettori. Attualmente invece, eliminate tutte le bestie, gli orti ed i trattori, l’Agnata è stata trasformata in un costoso hotel e ristorante che nulla ha a che vedere con lo spirito con cui lui visse quella terra.bicio-3

Mi piace ricordarlo così, solo nella sua intimità domestica, nella sua vita schiva e lontana dal clamore della fama, uomo solitario ma capace di meditare come pochi sui difetti e le grandezze dell’uomo. “Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura…” così cantava Fabrizio della sua casa sarda circondata da querce da sughero fiabesche. “Sopra ogni cisto da qui al mare c’è un po’ dei miei capelli, sopra ogni sughera il disegno di tutti i miei coltelli…” e lo immagino così, girare ancora per il suo podere armato di fucile e coltello facendosi ispirare da quelle rocce magiche scolpite in mille volti dal vento, dai fruscii del mirto e dell’olivo, dai colori solari dell’asfodelo. A lui piaceva la solitudine, il ritiro quasi mistico nel silenzio. Ha sempre dichiarato di non volersi legare a nessun gruppo, a nessuna ideologia, nessuna fede poiché più importante di ogni cosa è l’assoluta autonomia di pensiero. Un’anarchia dell’anima difesa, con il ritiro silenzioso, da ogni offesa.

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