Michela Murgia / intervista

Milano, 26-11-2009 MURGIA Michela, writer © BASSO CANNARSA

(Articolo del febbraio 2016)

Se ci si trova in Sardegna nei pressi di Cabras e si cammina per le strade di San Giovanni Sinis, tra le sue case essenziali e solitarie, davanti alla meraviglia della chiesa di arenaria spolverata dal tempo, nella sabbia tra le capanne di falasco ed il mare azzurro, se passeggiando si riesce a penetrare l’anima del posto si può scorgere il mondo della scrittrice Michela Murgia. Quei luoghi che le hanno donato i natali le somigliano e lei li porta ovunque, nei suoi scritti, nei suoi lineamenti inconfondibilmente sardi, nei suoi modi di fare cortesi e profondi insieme, persino nel suo modo di vestire sobrio e misurato c’è il riserbo di quella terra. La sua non comune intelligenza brilla di sfaccettature luminose come i quarzi delle sue spiagge. La Sardegna viaggia inesorabilmente con lei. Dopo aver letto “Accabadora”, capolavoro assoluto con cui si è meritatamente aggiudicata il Campiello nel 2010, non ho mai smesso di seguirla fino ad incontrarla per la presentazione del suo nuovo romanzo “Chirù” a Morciano di Romagna. La presentazione avviene nel giorno degli innamorati del 2016 e Michela esordisce con un “Esiste l’amore? L’amore no, non esiste, esistono quelli che amano” e con queste parole inizia a presentare la nuova opera letteraria: una storia davvero atipica nel mondo della narrazione poiché tema portante è il desiderio di sapere e di donare sapienza, descritto come un qualcosa di ben più potente ed urgente dell’amore. Un assillo dell’anima che all’amore si accompagna pur non essendo della stessa natura, capace di sovvertire anche i sistemi di potere intrinsechi al rapporto insegnante-allievo che lega i due protagonisti.

chiru

Chirù è un aspirante violinista di diciotto anni. Eleonora ha vent’anni di più ed è un’attrice di teatro. Il ragazzo le chiede di insegnargli “…quello che hai fatto stasera, per esempio. Il silenzio che c’era mentre recitavi, come tenevi tutti attenti, la sensazione di forza, che fosse tutto speciale…” ed Eleonora accetta di trasformarsi per lui nella conoscenza che si disvela in tutte le mille sfaccettature di cui è capace. Lì nella sala Michela racconta tutto questo, si ferma per leggere una pagina del libro e poi parla ancora con un ritmo così misurato e preciso da incantare la platea, da commuoverla e farla sorridere come una affabulatrice d’altri tempi, capace non solo di scriverle le storie ma anche di raccontarle facendoci comprendere che in Eleonora e nel suo teatro narrante c’è anche un po’ di Michela. Ed infatti rivela di non essere solo scrittrice ma di insegnare narrazione orale ispirandosi a ciò che si faceva un tempo in ogni contrada italiana quando si raccontavano favole intorno al fuoco per ingannare la solitudine e scacciare la noia delle lunghe serate senza televisione.

La avvicino subito dopo la conferenza e, seduta accanto a lei, vedo sfilare lettori entusiasti e desiderosi di autografi, di parole, di consigli che puntualmente arrivano dalla scrittrice carichi di cortesia ed ammirazione condivisa. Un’empatia assoluta tra lettore ed autore che riempie la stanza e che solo raramente mi è capitato di vedere. Resto in attesa che questo magico rito si compia sino alla sua fine gustando il calore del momento. Inizio l’intervista con dei complimenti perché Michela Murgia li merita tutti, è per me un fiore solitario nel deserto attuale della letteratura italiana dove i grandi autori si faticano a trovare sommersi, nascosti e sviliti da una moltitudine assai pubblicizzata di banalità commerciali.

Sei davvero molto cordiale con il pubblico, li ascolti, li consigli, ti amano…

Purtroppo non è sempre così. Qui il pubblico è molto affettuoso ma ci sono posti dove non è così amichevole nei miei confronti. E non è una questione regionale, a volte la differenza si avverte da paese a paese.

Non sorprende, Michela Murgia sa infatti essere scomoda con la sua schiettezza ed onestà intellettuale: è di sinistra ma non teme di criticarne l’attuale operato, sa dire di no alla televisione di Bianca Berlinguer rifiutandosi di parlare dopo immagini di guerre e violenze, Michela non scende a compromessi ed ha grinta e coraggio da vendere e forse questo atteggiamento non sempre sa essere apprezzato.

Nei tuoi libri fino ad ora la Sardegna è lo sfondo onnipresente, è una scelta?

Noo, io non lavoro certo per la pro loco! Il fatto è che la Sardegna è dentro di me, è parte di me. Lo faccio per questo. Comunque il mio prossimo libro sarà ambientato in Val d’Aosta. In Sardegna forse qualcuno se la prenderà ma non sarà sempre l’ambientazione che sceglierò per i miei romanzi anche se fa parte di me.

Quali sono le difficoltà per i giovani autori e che cosa consiglieresti a chi volesse cimentarsi nell’arte dello scrivere?

Allora, il mercato letterario è un mercato molto piccolo. Tu pensa che ogni italiano legge meno di sei libri all’anno ed il 47% di italiani è analfabeta funzionale ovvero queste persone sanno leggere ma non hanno la piena comprensione del testo. Per esempio la pagina del libro “Chirù” che ho appena letto il 47% dei presenti in questa sala non l’ha compresa. Ci sono italiani che fanno fatica a mettere insieme frasi in cui siano presenti delle proposizioni subordinate. Sono dati statistici. E’ l’Istat a dirlo. Il mercato quindi è per forza di cose molto piccolo. Le case editrici poi prediligono libri che funzionano, per esempio adesso tu puoi vedere che trovi spesso in vetrina dei gialli, questo perché sono libri che seguono una schema precostituito e gli editori sanno già che questo schema funzionerà. Tu non guardare me. Io sono stata un’eccezione.

E cosa consigli di fare allora?

In questa situazione consiglio di scrivere delle belle storie per un pubblico ristretto e pubblicarle con piccole case editrici. Scriverle appositamente per un piccolo e selezionato pubblico che sai che ti leggerà. Questa è una strada che dico di intraprendere come inizio.

Un’ultima domanda: qual’è la tua opinione su come viene gestito il settore cultura da questa sinistra al governo?

Diciamo che in un certo senso sarebbe meglio la destra perché almeno non interferisce, alla destra della cultura non interessa in alcun modo, se ne disinteressa completamente. Comunque la domanda giusta che avresti dovuto pormi è un’altra, avresti dovuto chiedermi “Esiste ancora una sinistra?”. io non vedo più né destra né sinistra, vedo solo un qualcosa di unico ed estensibile, come un elastico-

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